
American Dream von Giovanni Melillo Kostner steht unter einer Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported Lizenz.
abstract American Dream
Latinamerican migrants leave their countries in order to reach the U.S.A. despite not having the legal permission to do that. To cross Mexican territory, they use "the Beast", a train defined so by themselves after several tragic experiences. During the trip, some of them fall down because of many reasons causing to lose the train or what is worse, to suffer body mutilations. When opening the eyes once again, they realize that have lost part of their bodies. That is the moment when a new life shines to start for them: "The American Dream".
konzept Der amerikanische Traum
Auf der Suche nach einem besseren Leben verlassen latein-amerikanische Migran-ten ihre Heimat. Sie versuchen illegal in die Vereinigten Staaten zu gelangen. Um das mexikanische Territorium zu durchqueren, benutzen sie den Güterzug. Sie nennen ihn “la Bestia ” - die Bestie. Nicht alle erreichen die US amerikanische Grenze, einige fallen der Bestie zum Opfer. Geschwächt von Hunger, Kälte und Müdigkeit verlieren immer wieder Menschen den Halt auf dem Güterzügen und fallen hinunter. Auch die Begegnung mit Jugendbanden der kriminellen Organisation Mara Salvatrucha führt häufig zur vorzeitigen Beendung der Reise. Die Banden springen auf die Züge der Migranten, wer für seine Weiterfahrt nicht mit Geld oder Wertgegenständen bezahlen kann, wird vom Zug geworfen. Die vom Zug gestürzen Menschen können keine schnelle medizinischen Hilfe erwarten. Viele erliegen ihren schweren Verlutzung, die Überlebenden sind häufig für den Rest ihres Lebens verstümmelt. Für diejenigen die beim Sturz eine Gliedmaß verloren haben endet die Reise in ein besseres Leben vorerst an Orten wie dem »Albergue Jesús el buen Pastor«, einem privat-organisierten Heim der in Tapachula, Chiapas, an der mexikanishce Grenze mit Guatemala, tätig ist. Hier lernen die Opfern der Bestie mit ihren Behinderungen umzugehen. Ausgestattet mit einer Prothese kehren die meisten schließlich in ihre Heimat zurück, andere träumen weiter den amerikanischen Traum und setzen ihre Reise fort.
articolo Il Messico che non si ferma mai.
di Martha Jiménez Rosano
Noi messicani ci accingiamo a celebrare due importanti avvenimenti: la proclamazione dell’indipendenza dal dominio coloniale spagnolo di 200 anni fa e la vittoria della rivoluzione nazionale del 1910 sul regime dittatoriale di Porfirio Díaz. A questo proposito presento la mia personale riflessione in qualità di messicana immigrata in Italia, da otto anni residente nella Provincia di Bolzano, impegnata nella ricerca di un proprio spazio nella società di accoglienza. Ciò senza gravare sugli altri e soprattutto senza trascurare il Messico, un paese che non smette mai di cambiare, e che ti è prossimo anche se osservato da lontano. In questi termini, intendo illustrare un sentimento che noi messicani racchiudiamo come patrimonio collettivo e che rifiorisce in occasioni come questa.
È arrivato il momento del gran festejo, la grande festa che gli uffici competenti del governo messicano stanno organizzando ormai da tempo, in territorio nazionale e altrove. Oggi siamo alla ricerca di un senso comune del fare e dell’essere. Viviamo il presente, diamo uno sguardo al passato e ci fidiamo delle memorie e delle esperienze dei nostri predecessori per disegnare un futuro che rimane comunque incerto. Si tratta della commemorazione di quanto ci è accaduto e siamo riusciti a realizzare nel corso del tempo: siamo andati lontano, ci siamo organizzati per condurre una lotta comune e proclamare la nostra identità.
L’influenza delle teorie di psicosocioanalisi del potere e dei conflitti condotte da Luigi Pagliarani mi aiuta a formulare la mia visione personale del popolo messicano. In un certo senso, il messicano si vede riflesso nella grande impresa collettiva di riuscire a vivere ogni giorno nel proprio paese anche standone al di fuori. Davanti alla difficile situazione che stiamo vivendo, siamo obbligati a rivedere il nostro concetto di crisi e quindi di conflitto; osserviamo cioè che è necessario sostituire al binomio pace-guerra quello pace-guerra conflitto (come suggeriva Pagliarani nel 1997 nella sua analisi dei conflitti). Diventa così chiaro che in tutto questo tempo in Messico la guerra è stata concepita come sinonimo di conflitto cadendo così nella sua negazione, e la condizione di pace non è stata mai veramente pacifica, bensì altamente conflittuale. Ecco che nel mio paese si cerca di costruire e, se ve n’è bisogno, si abbatte per ricostruire. Ed è proprio questa la nostra grande fortuna. Niente sopravvive per troppo tempo se è privo di senso. Semmai, persiste un desiderio di cambiamento che oggi più che in passato anima le persone, e le spinge ad andare oltre l’immaginabile.
Sono tanti gli individui creativi che non si adattano al mondo che li circonda, che davanti all’impossibilità di adeguarsi, sanno reinventare la propria esistenza e trovare soluzioni in circostanze e con modalità che appaiono assurde a quanti non vivono la loro condizione, a chi non appartiene alla cultura della sofferenza e del sacrificio. George Bernard Shaw, in uno dei suoi celebri aforismi, definisce queste persone “irragionevoli” e rivela che “l’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli”.
In Messico si usa dire che niente è sicuro in questo mondo, tranne la morte. Non siamo sicuri di niente, ed è proprio l’incertezza che ci fa vivere, che ci infonde la voglia di fare per stare a vedere quel che riserverà il futuro. La possibilità che tutto finisca per capovolgersi ci mantiene vigili e attenti. Sappiamo cogliere le occasioni, a volte nel bene, a volte nel male, ma sempre con considerabile serenità. Non vorrei tuttavia fornire un falso ritratto dei messicani; si tratta infatti di una mia personale approssimazione. Credo solo di stare descrivendo un sentimento che accomuna i popoli latinoamericani, e di cui sono un esempio i giovani uomini protagonisti dell’American Dream, l’odissea della migrazione illegale verso il Nord del mondo documentata nel 2005 dal fotografo Giovanni Melillo nella frontiera sudest del Messico con il Centroamerica.
Il mezzo di trasporto tipico usato dai migranti è il treno merci, denominato da loro “la bestia”. Il compromesso del giovane fotografo è stato quello di offrire una visione della frontiera che mostrasse lo stato emotivo dei migranti, animato da grande determinazione e attraversato da profonde paure, e insieme evidenziasse la loro condizione di ospiti nella casa d’assistenza sanitaria volontaria “Albergue Jesús el buen Pastor”, gestita dalla signora Olga Sánchez (Premio nazionale per i diritti umani 2003), attiva nella città di Tapachula, al confine con lo Stato del Chiapas. Alcune delle persone qui ritratte hanno subito gravi perdite: la mutilazione degli arti in conseguenza di incidenti avvenuti durante il viaggio sui treni merci diretti verso il Nord. Queste fotografie mostrano giovani il cui progetto include la mobilità finalizzata al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Non si tratta però di un semplice spostamento, ma della sfida mortale rappresentata dall’emigrare verso il Nord con l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti a qualsiasi costo. A dare impulso al loro progetto non è solo l’attraente possibilità di stabilirsi in territorio statunitense e guadagnarsi da vivere in dollari. Oltre all’apparente e al conosciuto, risiede in loro il profondo senso dell’essere e del divenire. Ci troviamo davanti a giovani che nel processo di maturazione personale devono guadagnare l’approvazione sociale della propria mascolinità. Quest’ultima non si identifica con lo stereotipo dell’essere forti, del lavorare sodo per garantire la sussistenza alla famiglia, ma con il bisogno di andare oltre rappresentato dal viaggio, cosi come è stato per altri prima di loro. Queste persone rischiano tutto e si assumono la responsabilità delle conseguenze, sapendo che tutto può cambiare. Hanno una solida consapevolezza di chi sono stati, chi sono e chi potrebbero diventare domani scavalcando limiti “più reali” di quelli sorvegliati dalle autorità di frontiera. È per questa ragione che, al giorno d’oggi, i limiti sono per lo più simbolici, sono quelli posti dal contesto nel nostro andare e divenire, quelli che ognuno di noi interiorizza e ricostruisce in ogni presa di decisione e in ogni azione “colorata” d’incertezza. Ricordiamo quanto Facundo Cabral, cantautore argentino e messaggero di pace dell’UNESCO, diceva riguardo al suo modo di procedere: “Yo bailo con mi canción y no con la que me toquen” (“Io ballo con la mia canzone e non con quella che mi suonano”).
In territorio messicano, la violenza e l’insicurezza si percepiscono nell’aria, come ci racconta lo scrittore e redattore del quotidiano La Jornada Luis Hernández Navarro. La gente è stanca di sopportare l’oppressione e aspetta il momento di reagire. Il processo si sta generando a tutti livelli. È latente in ognuno di noi. Davanti all’attuale incertezza che sta vivendo il Messico, penso sia rilevante trovare unità e avviare quei processi di cooperazione necessari per assicurare il benessere collettivo. Confido che i miei connazionali sappiano rispondere all’interrogativo posto da Pablo Romo Cedano, coordinatore dell’Osservatorio sui conflitti sociali in Messico: Che cosa accadrà questo anno?
Il giornalista freelance Federico Mastrogiovanni ci rivela che il Messico è un paese surreale, dove accade di tutto. Da una parte ci sono quanti non riescono a rimanere passivi e indifferenti e reagiscono facendo riscorso all’esagerazione e alla parodia: è il caso di Don Cheto, meglio conosciuto come “El hombre del vozarrón”, celebre cantante messicano e conduttore di un omonimo show prodotto negli Stati Uniti. Dall’altra parte, ci sono individui dotati di grande forza d’animo e determinati al cambiamento, come le donne delle comunità indigene zapatiste delle quali ci rende una magistrale testimonianza la giornalista messicana Gloria Muñoz Ramírez.
La valorizzazione dell’individuo nella collettività, la capacità di pensare l’impensabile e la disposizione al cambiamento sono gli elementi che fanno avanzare i messicani nel loro percorso di crescita collettiva. Le persone che vorremo festeggiare quest’anno sono da sempre alla ricerca della libertà, sono quelle che riescono a travolgere il corso delle cose e credono alle “cause impossibili”, concetto ben presente nella cultura messicana che l’articolo firmato da Paolo Contursi e Andrea Hernández Delgadillo provano a descrivere.
L'autrice
Si dedica alla ricerca esplorativa di fenomeni sociali e a temi quali "La fotografia come strumento di mediazione Interculturale" e "Costruzione dell'Identità". Il suo saggio sulla comunità cinese in Alto Adige è stato inserito nel volume "Cina, West of California?" a cura di Mario Nordio, Marsilio Editore 2008. Attualmente è allieva del Master in Art and Culture Management presso il TSM - Trentino School of Management di Trento e svolge un tirocinio presso l'Ufficio Cultura, Ripartizione Cultura Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano.
Cuartel - Headquarters' Blog

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This project was exhibited in Mexico in the years 2005 and 2006 with the support of the "National Comission for Human Rights, Puebla" and the foundatiuon "Pro Centro - Zona Monumental".



















